Una poesia in pietra: Palazzo Gondi (pensieri sciolti)

poesie-pietra
febbraio 12, 2015

Il senso della vita si fonda sull’ esperienza della realtà.

E’ da questo processo che trae alimento il vissuto di ogni individuo, ma gli esiti possono essere i piu’ diversi, se non opposti. Un’ esperienza può infatti costituire occasione di rinnovamento oppure scadere a processo ripetitivo, secondo il grado di coinvolgimento che ad essa viene riservato. Più semplicemente: secondo la capacità di stupirsi che ogni individuo riesce a mantenere giorno dopo giorno.

La capacità di stupirsi: strumento fondamentale per conoscersi e per crescere, troppo spesso equivocata con l’effetto, con la reazione di meraviglia di fronte a qualcosa di insolito, di inatteso, qualcosa che non sia normale vedere, trovare, incontrare: lo sbarco dei marziani, la bellissima diva del momento che bussa alla tua porta…. la casualità di un evento, insomma.

Ma lo stupirsi non è una reazione: è una conseguenza.

Lo stupirsi sale dal di dentro, dal profondo dell’ anima, in modo naturale e gradualmente. E’ un’ emozione provocata dalla meraviglia e della quale la ragione, se filtrata dalla sensibilità, ne potrà rendere piena coscienza.

Vidi Palazzo Gondi per la prima volta in una fotografia, neanche troppo ben stampata. Nonostante ciò bastò un attimo, un’ occhiata a quella che, dopotutto, appariva come la piatta facciata di un edificio che, subito, con la meraviglia, con quel tale moto indistinto del pensiero, non mi sovvenne altra espressione che un semplice, striminzito – ma ribadito – aggettivo: “Ma guarda che bello!…. Ma è davvero bello!”

Di quante cose si dice, banalmente, che sono “belle”!… Ma cosa significa esattamente? A cosa ci si riferisce? In cosa consiste la supposta bellezza riscontrata?

E cosa significava “bello”, in quel momento e in riferimento ad un’ opera della quale, sino a quel momento, ignoravo anche l’ esistenza?

Cominciai allora a percorrere con lo sguardo quella facciata e ad analizzarla, così, senza un metodo, lasciando spazio a quella prima reazione, fidando nell’ effetto della meraviglia.

Notai quasi subito che la facciata non poteva dirsi “piatta”, ma “semplice”, nel senso che non v’ erano fronzoli o fastigi che ne dichiarassero la nobiltà e tuttavia non lasciava spazio a dubbi: si trattava di un palazzo nobile, aristocratico, tale era l’ aria di discreta eleganza che emanava. Perché’ questo?

Le proporzioni, pensai. E infatti altezza e larghezza sono, quasi esattamente in rapporto aureo. E poi il ricorrere costante, nelle componenti strutturali, del numero tre: tre piani ornati con pietre a vista in tre diversi ordini e separati da tre cornici dentellate con finezza. Tre portoni aperti sulla facciata. Tutto, ovviamente, in assoluta simmetria….

Indugiai ad osservare le pietre a vista che decoravano la facciata. Erano collocate in modo da sporgere rispetto al piano, ma questa sporgenza andava assottigliandosi nei tre piani, passando dal fiero bugnato del pianterreno all’ assoluta levigatezza dell’ ultimo piano.

Potei così rilevare, nei differenti motivi decorativi, un dinamismo complesso ed attentamente calcolato che nell’ immediato mi era sfuggito.

Compresi così perché’, nonostante la mancanza di rilievi statuari o di altri artifizi, quella facciata non appariva monotona, ma che anzi, le multiformi combinazioni dell’ ornato creavano un movimento armonioso che lo sguardo non si stancava di percorrere.

Un perfetto sistema di forme e ritmi al quale le finestre, arcuate a tutto sesto come i tre portoni, si raccordavano con estrema naturalezza, senza creare vuoti fastidiosi.

Un’ ultimo rilievo: ad evitare la monotonia di un insieme troppo calcolato, sul pianterreno erano state aperte quattro piccole finestrelle quadrangolari.

Bene, e con cio’? Avevo appurato che Giuliano da Sangallo trattava la pietra come il miglior cesellatore; che aveva rivestito la forma elementare di un parallelepipedo conferendole una grazia infinita, come il miglior stilista d’ oggidì non avrebbe saputo fare…. Virtuosismi eccelsi, ma che non bastavano a spiegare lo stupore che la meraviglia di quella semplice fotografia aveva suscitato.

Nonostante l’ interrogativo rimanesse in sospeso, nei tempi successivi non ci pensai più.

Ma la stessa meraviglia mi si ripropose anni dopo quando, percorrendo la via che dagli Uffizi conduce al Bargello, sbucai in piazza San Firenze, senza sapere che Palazzo Gondi affacciava proprio lì.

Così, quando me lo trovai davanti, con un moto improvviso di lieta sorpresa, mi venne facile e naturale esclamare: “”Oh, ma questo è…. Palazzo Gondi!”.

Il perché’ di quello stupore, a dire il vero, l’ avevo intuito, ma la visione diretta tolse ogni dubbio.

Palazzo Gondi è un’ opera sublime, una poesia in pietra, perché è assolutamente e semplicemente un palazzo, cioè un organismo ideato per occupare lo spazio di una città nel periodo del suo massimo splendore, per vivere in essa e con essa, per rappresentare la sostanza concreta di un alto ideale. E tutto ciò gli è dato da un semplice e geniale accorgimento che deriva da un atteggiamento coerente, prima che da un progetto rigoroso.

Palazzo Gondi è stato edificato selezionandone con gusto raffinato i materiali e gli ornati, calcolandone accuratamente misure e proporzioni secondo i rigidi principi matematici che determinano i rapporti spaziali e dimensionali. Ma è stato pensato assolutamente in funzione dello spazio, dell’ aria e della luce. Cioè di quegli elementi naturali entro i quali si sarebbe animato, che ne avrebbero fatto un organismo vitale, una forma viva e vibrante.

E’ un’ aria lieve quella che aleggia tra i delicati rilievi plastici che la luce disegna sulle pietre creando un moto ascensionale, silenzioso e discreto, che trasforma la massa pietrosa in uno scenario sottilmente onirico….

Così, bene o male, la ragione aveva preso atto di qualcosa di cui l’ occhio si era immediatamente accorto. Alla meraviglia si era sostituito il piacere di stupirsi e, con esso, la gioia e il compiacimento dato dalla consapevolezza di esser dinnanzi a qualcosa di grande, di unico, che non è solamente alta espressione del genio, ma induce altresì una considerazione conclusiva di ordine morale.

Alzare gli occhi su Palazzo Gondi non si significa solamente indugiare con lo sguardo su di un edificio di bella forma. Quando all’indagine analitica subentra il sentimento del bello significa che si è predisposti ad acquisire qualcosa di grado assai superiore quale, ad esempio, l’essenza concreta del dialogo tra un artista ispirato e la Natura madre di tutte le cose.

E nel caso di Palazzo Gondi, si tratta di un dialogo diretto, indenne da facili speculazioni, nel quale Giuliano da Sangallo abbina al genio l’umiltà bastante per comprendere ed accettare la Natura stessa, origine e custode della vita, come il primo veicolo del bello, riservando a sé unicamente il compito di fornirle, con la propria opera, un giusto tramite affinché’ essa si manifesti e ci si riveli.

Alberto Rovida